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	<title>Castelfranco Veneto Sport &#187; Castelfranco Veneto Sport |  &#187; Psicologia dello sport</title>
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		<title>Giochi estivi: dilettanti allo sbaraglio VS cultura sportiva e programmazione</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2015 14:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ufficiostampa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il periodo estivo costituisce per la maggior parte degli sport di squadra un momento di quiete e di organizzazione per la stagione successiva. In questa fase lo sport giocato lascia spazio a delle fantastiche partite di Risiko sportivo con protagonisti vecchi e nuovi, che a seconda della potenza di fuoco di cui dispongono si ergono a protagonisti di trame sottili, separazioni burrascose e innamoramenti travolgenti.<br />
Alla psicologia viene chiesto in alcuni casi di facilitare questi processi-progetti, e quindi si introducono termini come programmazione &#8211; condivisione degli obiettivi &#8211; chimica di squadra &#8211; formazione dello staff &#8211; filosofia societaria, e chi più ne ha più ne metta.<br />
&nbsp;<br />
Come ho già anticipato nel manifesto programmatico, per anni si è richiesto alle scienze psicologiche di inserire nell’organizzazione di una stagione sportiva elementi che potessero avere un carattere predittivo rispetto ai risultati; soprattutto gli slanci comportamentisti degli anni 70/80 si sono prodigati nel suggerire ed istruire modalità per ottenere risultati riproducibili e ricette rassicuranti.<br />
Questo filone di studi e di ricette ha prodotto quasi esclusivamente l’illusione che tutti potessero allenare ed essere allenati sulla base di presupposti epistemologici che lo sport e le situazioni sportive hanno impietosamente frustrato e sconfessato.<br />
L’approccio interazionista/costruttivista e le importanti contaminazioni strategico-relazionali hanno negli ultimi anni riposizionato l’attenzione sull’essere umano/sportivo inteso non tanto come soggetto di sperimentazione pavloviana, ma come insieme di abilita neuromuscolari apprese ed innate unite alla relazione che questo soggetto costruisce con se stesso e con il sistema che lo circonda.<br />
Gli allenatori sono per fortuna ritornati a studiare testi scritti migliaia di anni fa sull’arte della guerra, piuttosto che perdersi nei meandri dello studio dei tratti di personalità o peggio ancora nell&#8217;incasellare i propri atleti nelle categorie dei manuali diagnostici.<br />
&nbsp;<br />
Posto che il teatrino dei dilettanti allo sbaraglio e dei personaggi in cerca d’autore continuerà ad esserci, diventa interessante sottolineare come si creino alleanze e appartenenze societarie e di gruppo in grado di ottenere performance funzionali alla valorizzazione di tutto un movimento sportivo.<br />
Assicurando dei parametri e dei presupposti che emergono in alcune realtà sportive e come vi dicevo, aziendali, si innescano per certo dei percorsi virtuosi in cui società atleta e gruppo crescono di qualità invece di essere annientati individualmente.<br />
&nbsp;<br />
Senza approfittare eccessivamente della vostra pazienza mi permetto di suggerirvi alcuni spunti di riflessione e di stimolo da provare a confrontare con le vostre realtà&#8230;<br />
Sarebbe facile dare delle ricette ma come vi ho già scritto le trovate ovunque e mi lasciano parecchio dubbioso rispetto alla reale efficacia.<br />
Preoccupiamoci di avere tre micro sistemi nettamente distinti che abbiano un canale e un codice di comunicazione chiaro e condiviso dall’inizio:<br />
<span style = "padding-left: 30px;">1. dirigenti – pochi, stanno nella stanza dei bottoni e si danno delle regole chiare di occupabilità individuale</span><br />
<span style = "padding-left: 30px;">2. staff – ristretto e competente con responsabilità verticistica (capo allenatore) e provata fiducia reciproca;</span><br />
<span style = "padding-left: 30px;">3. giocatori – numero fisso in grado di garantire gli allenamenti per tutta la stagione senza grosse girandole di giovani e inserimenti in corso d’opera.</span><br />
&nbsp;<br />
Tolleranza ed autoironia dovrebbero garantire la gestione dei momenti difficili e sarebbe opportuno dichiarare dall’inizio se nei 3 microgruppi debba prevalere qualche singolo progetto o personalità: presidenti fenomeni, dirigenti in cerca di visibilità, direttori sportivi collusi con procuratori e giocatori sanguisughe sono sempre esistiti, e a volte sono quelli che permettono ad alcune realtà di rimanere in vita&#8230; In psicologia e nello sport non esistono cose giuste/sbagliate o se volete buone/cattive, ma cose che funzionano e che non funzionano&#8230; La discriminante è la lealtà con cui tutti e tre i microsistemi si dichiarano al loro interno e comunicano le rispettive modalità fra di loro. Il resto è ipocrisia, grandi proclami e soprattutto una fucina di scarsa qualità e livellamento verso il basso.<br />
Il vantaggio per chi pratica sport a tutti i livelli è che la gara mette immediatamente in evidenza questi limiti e queste contraddizioni, ed a quel punto le strade sono sempre e solo due&#8230;<br />
<span style = "padding-left: 30px;">1. crisi con conseguenti scelte e superamento della difficoltà</span><br />
<span style = "padding-left: 30px;">2. produzione infinita di alibi e di attribuzione di responsabilità sempre e solo all’altro</span><br />
&nbsp;<br />
Questo, rubando le parole di un maestro come Julio Velasco, produce due eserciti di sportivi e situazioni sportive&#8230;<br />
<span style = "padding-left: 30px;">1. il primo ristretto ed in formazione continua che parla poco, si esalta nel successo e si fortifica e consolida nella sconfitta&#8230; alla lunga comunque vince e gode</span><br />
<span style = "padding-left: 30px;">2. il secondo sempre più in crescita di numeri e di adepti che spiega i motivi della sconfitta, ricerca significati anche psicologici per il suo insuccesso, disperde energie e fallisce</span><br />
&nbsp;<br />
Dove ci posizioniamo?<br />
Buona estate<br />
Jacopo<br />
&nbsp;<br />
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<div style="line-height: 18px;"><span style="font-size: small;"><em><img src="http://castelfrancovenetosport.it/cms/wp-content/uploads/2015/07/lodde4.jpg" alt="lodde4" width="220" height="188" class="alignright size-full wp-image-5482" />Jacopo Lodde, 46 anni psicologo-psicoterapeuta ad indirizzo interazionista, svolge la libera professione a Treviso e collabora con enti e associazioni operanti nel sociale in svariati ambiti. Da sempre vicino al mondo dello sport, si occupa di progetti di formazione per tecnici e dirigenti presso diverse federazioni sportive; consulente e collaboratore presso scuole calcio certificate in provincia di Treviso, segue individualmente atleti di diverse discipline e vanta una pluriennale carriera di allenatore di pallacanestro per società militanti in campionati nazionali in provincia di Padova e Treviso. A tempo perso… con discutibili risultati personali: TRIATLETA!!<br />
</em></span></div>
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		<title>Psicologia e sport: il manifesto programmatico</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2015 11:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ufficiostampa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Parliamo di psicologia e sport e cerchiamo di confrontarci su come questi due mondi possano convivere e diventare uno funzionale all’altro. Personalmente ci ragiono da 25 anni dal momento in cui, sostenuto il biennio del mio corso di laurea, cominciai a cercare spunti, articoli, studi che potessero conciliare la fatica della preparazione di un esame]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di <strong>psicologia e sport</strong> e cerchiamo di confrontarci su come questi due mondi possano convivere e diventare uno funzionale all’altro.<br />
Personalmente ci ragiono da 25 anni dal momento in cui, sostenuto il biennio del mio corso di laurea, cominciai a cercare spunti, articoli, studi che potessero conciliare la fatica della preparazione di un esame con la mia passione per tutto ciò che riguardava il mondo delle competizioni, la gestione di un team e il miglioramento di qualsiasi tipo di performance sportiva.<br />
Ne nacquero due percorsi paralleli che mi portarono a diventare psicologo e psicoterapeuta e nel contempo protagonista di tante belle esperienze sportive, da atleta e da allenatore.</p>
<p>Da quei primi anni ‘90, dove in Italia si trovava un solo manuale di psicologia dello sport scritto a quattro mani dal compianto professor Antonelli e dal mio maestro Alessandro Salvini, le scienze psicologiche in ambito sportivo hanno fatto passi da gigante.<br />
Oggi psicologia dello sport e psicologia del lavoro hanno prodotto manuali di tutti i tipi, sono state finanziate esperienze importanti e attraverso internet sia gli addetti ai lavori che gli appassionati possono attingere a qualsiasi tipo di materiale; sulla reale utilità di questo proliferare di spunti lascio alla vostra esperienza e alla vostra percezione il giudizio inappellabile, e mi accingo invece a stimolare la vostra attenzione su alcuni temi che vorrei approfondire in questa rubrica per il futuro.</p>
<p>Vorrei anzitutto redigere una sorta di legenda (di forma e di senso) per chi avrà la pazienza di seguirmi, che vi permetta di entrare nello spirito che contraddistinguerà i miei semplici contributi. Cercherò di utilizzare il meno possibile termini tecnici utilizzati dalla psicologia e dalla psichiatria, che ormai fanno parte di un gergale inflazionato (depressione &#8211; ansia &#8211; stress) che non definisce in maniera funzionale assolutamente nulla.<br />
Nello sport come nella vita reale si sono inseguite con tenacia la scientificità, la definizione, la categorizzazione e la riproducibilità delle esperienze, ma per fortuna la natura dell’uomo e dell’atleta continua a burlarsi di questi tentativi per far trionfare ancora una volta e sempre di più aspetti e fenomeni assolutamente spontanei, legati a relazioni e processi funzionali il più delle volte casuali.<br />
Per questo nello sport, <strong>vissuto e trattato sportivamente</strong>, Davide vince ancora contro Golia, gli psicologi che hanno studiato solo i libri non funzionano e vengono derisi dagli atleti, i manuali non producono risultati né fatturato e tutti gli esperimenti faticano ad essere validati e sono fortemente condizionati dall’effetto sperimentatore (trovo quello che sto cercando anche se non c’è), di cui vi parlerò.</p>
<p>Perciò in questa, spero interessante, rubrica vi parlerò di psicologia dello sport lontana dai modelli medici, cercherò di raccontarvi di uno psicologo che dismette gli abiti suggestivi e rassicuranti del dottore per gettarsi in campo a fare squadra con i protagonisti del mondo sportivo. Non ragioneremo mai in termini diagnostici e curativi ma proverò a raccontarvi di una psicologia che deve intervenire come riduttore di complessità e suggerire strategie funzionali (non giuste) per il raggiungimento di un traguardo, qualunque esso sia…<br />
Per chi sarà sopravvissuto al manifesto programmatico…<br />
A presto<br />
Jacopo<br />
&nbsp;<br />
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<div style="line-height: 18px;"><span style="font-size: small;"><em><img src="http://castelfrancovenetosport.it/cms/wp-content/uploads/2015/06/jacopolodde3.jpg" alt="jacopolodde3" width="220" height="200" class="alignright size-full wp-image-5035" />Jacopo Lodde, 46 anni psicologo-psicoterapeuta ad indirizzo interazionista, svolge la libera professione a Treviso e collabora con enti e associazioni operanti nel sociale in svariati ambiti. Da sempre vicino al mondo dello sport, si occupa di progetti di formazione per tecnici e dirigenti presso diverse federazioni sportive; consulente e collaboratore presso scuole calcio certificate in provincia di Treviso, segue individualmente atleti di diverse discipline e vanta una pluriennale carriera di allenatore di pallacanestro per società militanti in campionati nazionali in provincia di Padova e Treviso. A tempo perso… con discutibili risultati personali: TRIATLETA!!<br />
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