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Giochi estivi: dilettanti allo sbaraglio VS cultura sportiva e programmazione

Giochi estivi: dilettanti allo sbaraglio VS cultura sportiva e programmazione

Il periodo estivo costituisce per la maggior parte degli sport di squadra un momento di quiete e di organizzazione per la stagione successiva. In questa fase lo sport giocato lascia spazio a delle fantastiche partite di Risiko sportivo con protagonisti vecchi e nuovi, che a seconda della potenza di fuoco di cui dispongono si ergono a protagonisti di trame sottili, separazioni burrascose e innamoramenti travolgenti.
Alla psicologia viene chiesto in alcuni casi di facilitare questi processi-progetti, e quindi si introducono termini come programmazione – condivisione degli obiettivi – chimica di squadra – formazione dello staff – filosofia societaria, e chi più ne ha più ne metta.
 
Come ho già anticipato nel manifesto programmatico, per anni si è richiesto alle scienze psicologiche di inserire nell’organizzazione di una stagione sportiva elementi che potessero avere un carattere predittivo rispetto ai risultati; soprattutto gli slanci comportamentisti degli anni 70/80 si sono prodigati nel suggerire ed istruire modalità per ottenere risultati riproducibili e ricette rassicuranti.
Questo filone di studi e di ricette ha prodotto quasi esclusivamente l’illusione che tutti potessero allenare ed essere allenati sulla base di presupposti epistemologici che lo sport e le situazioni sportive hanno impietosamente frustrato e sconfessato.
L’approccio interazionista/costruttivista e le importanti contaminazioni strategico-relazionali hanno negli ultimi anni riposizionato l’attenzione sull’essere umano/sportivo inteso non tanto come soggetto di sperimentazione pavloviana, ma come insieme di abilita neuromuscolari apprese ed innate unite alla relazione che questo soggetto costruisce con se stesso e con il sistema che lo circonda.
Gli allenatori sono per fortuna ritornati a studiare testi scritti migliaia di anni fa sull’arte della guerra, piuttosto che perdersi nei meandri dello studio dei tratti di personalità o peggio ancora nell’incasellare i propri atleti nelle categorie dei manuali diagnostici.
 
Posto che il teatrino dei dilettanti allo sbaraglio e dei personaggi in cerca d’autore continuerà ad esserci, diventa interessante sottolineare come si creino alleanze e appartenenze societarie e di gruppo in grado di ottenere performance funzionali alla valorizzazione di tutto un movimento sportivo.
Assicurando dei parametri e dei presupposti che emergono in alcune realtà sportive e come vi dicevo, aziendali, si innescano per certo dei percorsi virtuosi in cui società atleta e gruppo crescono di qualità invece di essere annientati individualmente.
 
Senza approfittare eccessivamente della vostra pazienza mi permetto di suggerirvi alcuni spunti di riflessione e di stimolo da provare a confrontare con le vostre realtà…
Sarebbe facile dare delle ricette ma come vi ho già scritto le trovate ovunque e mi lasciano parecchio dubbioso rispetto alla reale efficacia.
Preoccupiamoci di avere tre micro sistemi nettamente distinti che abbiano un canale e un codice di comunicazione chiaro e condiviso dall’inizio:
1. dirigenti – pochi, stanno nella stanza dei bottoni e si danno delle regole chiare di occupabilità individuale
2. staff – ristretto e competente con responsabilità verticistica (capo allenatore) e provata fiducia reciproca;
3. giocatori – numero fisso in grado di garantire gli allenamenti per tutta la stagione senza grosse girandole di giovani e inserimenti in corso d’opera.
 
Tolleranza ed autoironia dovrebbero garantire la gestione dei momenti difficili e sarebbe opportuno dichiarare dall’inizio se nei 3 microgruppi debba prevalere qualche singolo progetto o personalità: presidenti fenomeni, dirigenti in cerca di visibilità, direttori sportivi collusi con procuratori e giocatori sanguisughe sono sempre esistiti, e a volte sono quelli che permettono ad alcune realtà di rimanere in vita… In psicologia e nello sport non esistono cose giuste/sbagliate o se volete buone/cattive, ma cose che funzionano e che non funzionano… La discriminante è la lealtà con cui tutti e tre i microsistemi si dichiarano al loro interno e comunicano le rispettive modalità fra di loro. Il resto è ipocrisia, grandi proclami e soprattutto una fucina di scarsa qualità e livellamento verso il basso.
Il vantaggio per chi pratica sport a tutti i livelli è che la gara mette immediatamente in evidenza questi limiti e queste contraddizioni, ed a quel punto le strade sono sempre e solo due…
1. crisi con conseguenti scelte e superamento della difficoltà
2. produzione infinita di alibi e di attribuzione di responsabilità sempre e solo all’altro
 
Questo, rubando le parole di un maestro come Julio Velasco, produce due eserciti di sportivi e situazioni sportive…
1. il primo ristretto ed in formazione continua che parla poco, si esalta nel successo e si fortifica e consolida nella sconfitta… alla lunga comunque vince e gode
2. il secondo sempre più in crescita di numeri e di adepti che spiega i motivi della sconfitta, ricerca significati anche psicologici per il suo insuccesso, disperde energie e fallisce
 
Dove ci posizioniamo?
Buona estate
Jacopo
 



 
lodde4Jacopo Lodde, 46 anni psicologo-psicoterapeuta ad indirizzo interazionista, svolge la libera professione a Treviso e collabora con enti e associazioni operanti nel sociale in svariati ambiti. Da sempre vicino al mondo dello sport, si occupa di progetti di formazione per tecnici e dirigenti presso diverse federazioni sportive; consulente e collaboratore presso scuole calcio certificate in provincia di Treviso, segue individualmente atleti di diverse discipline e vanta una pluriennale carriera di allenatore di pallacanestro per società militanti in campionati nazionali in provincia di Padova e Treviso. A tempo perso… con discutibili risultati personali: TRIATLETA!!

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